Veduta storica di Tricarico

Storia di Tricarico

Dalle necropoli lucane al sindaco-poeta Rocco Scotellaro: ventisei secoli di una città di confine tra Oriente e Occidente.

VI–V sec. a.C.

Le origini lucane

Le radici di Tricarico affondano in età preromana. Le necropoli osco-lucane rinvenute nei pressi del monastero di Santa Maria delle Grazie, databili tra il VI e il V secolo a.C., testimoniano la presenza di una comunità stabile su queste colline molto prima di qualsiasi documento scritto.

Il primo nucleo abitato sorse in posizione strategica sulla Serra del Cedro, dominando la valle del Basento: una scelta dettata dalla difesa e dal controllo delle vie che collegavano la costa ionica all’interno appenninico. È in questa continuità di insediamento, mai interrotta, che va cercata l’identità più antica del borgo.

849

I Longobardi e la prima menzione

La prima notizia documentata della città risale all’849, quando Tricarico è indicata come cittadella fortificata longobarda inclusa nel gastaldato di Salerno. È l’atto di nascita "ufficiale" del centro: da insediamento di altura a roccaforte inserita in un preciso ordinamento territoriale.

La posizione e le mura ne fecero da subito un caposaldo conteso, sulla frontiera mobile tra i ducati longobardi del Sud e le potenze che, nei secoli successivi, si sarebbero affacciate sulla Basilicata.

IX–X sec.

La città araba: Rabatana e Saracena

Tra il IX e il X secolo, nel periodo legato all’Emirato di Bari, gli Arabi si insediarono stabilmente a Tricarico, lasciando un’impronta profonda e tuttora leggibile nel tessuto urbano. Il centro storico assunse la forma tipica di una qasba, con i due quartieri della Rabatana e della Saracena.

La Rabatana nacque come nucleo residenziale, la Saracena come cinta fortificata. Il reticolo dei vicoli ne conserva l’origine islamica: le vie principali (in arabo shari), i vicoli laterali (darb) e i vicoli ciechi (susac) disegnano un labirinto compatto, pensato per l’ombra e la difesa.

Di quella stagione restano anche i caratteristici terrazzi-giardino di matrice araba, i cosiddetti "giardini saraceni", ancora oggi coltivati: un’eredità agronomica e paesaggistica che fa di Tricarico uno dei centri arabo-normanni meglio conservati della Lucania.

968–1060

I Bizantini e la diocesi

Nel 968 un documento dell’imperatore Niceforo Foca attesta il dominio bizantino su Tricarico: al patriarca di Costantinopoli viene affidato il mandato di consacrare i vescovi della città, segno del peso religioso e amministrativo già acquisito dal centro. Altri documenti del 1002 e del 1023 confermano una dominazione prolungata.

La diocesi celebrava secondo il rito greco; il passaggio al rito latino avvenne intorno al 1060, ma le tradizioni liturgiche di matrice bizantina sopravvissero almeno fino alla prima metà del XIII secolo, a testimonianza di una città di confine tra Oriente e Occidente.

1048–1143

I Normanni e la contea

Nel 1048 Tricarico fu presa dai Normanni a seguito di una dura battaglia. Sotto la nuova dominazione la città divenne contea e sede vescovile di rilievo. Sulla collina più alta si eresse la torre del castello, ancora oggi imponente con i suoi 27 metri di altezza, simbolo della città.

A Roberto il Guiscardo si deve la fondazione della cattedrale, dedicata a Santa Maria Assunta e consacrata nel 1061. Nel 1080 lo stesso Guiscardo entrò in città per riprendere il feudo dalle mani di un nipote ribelle.

Nel 1143 Tricarico era una contea autonoma, governata dal conte Gosfrido e dalla moglie Adelaia: un assetto feudale che avrebbe segnato i secoli successivi.

XIII–XV sec.

Svevi, Angioini e Aragonesi

Dopo i Normanni, Tricarico seguì le sorti del Mezzogiorno passando agli Svevi e poi agli Angioini. Un episodio le diede ribalta nazionale: nel 1383, nella cattedrale cittadina, fu incoronato re di Napoli Luigi I d’Angiò, a dimostrazione del rango raggiunto dalla sede vescovile.

Nel XV secolo è documentata a Tricarico la presenza di una comunità ebraica, parte di quel tessuto multiculturale che attraversò i secoli arabi, bizantini e normanni e che continuò a caratterizzare la città anche in età aragonese.

XIII–1806

Il feudo: dai Sanseverino ai Revertèra

Dal XIII secolo la potente famiglia Sanseverino governò il feudo con il titolo di conti di Tricarico, mantenendone il controllo quasi ininterrottamente fino al 1605. In quell’anno, sotto il peso dei debiti familiari, la contea fu messa all’asta: la città contava allora circa 11-12.000 abitanti.

Il feudo passò di mano più volte: nel 1605 fu acquistato da Francesco Pignatelli, secondo duca di Bisaccia, per 54.000 ducati, e rivenduto poco dopo al genovese Alessandro Ferrero. Nel 1631 fu ceduto per 94.000 ducati a Ippolito Revertèra, duca della Salandra, che trasferì la propria residenza da Miglionico a Tricarico, nel Palazzo Ducale.

I Revertèra ressero il feudo fino all’abolizione della feudalità, sancita in età napoleonica tra il 1806 e il 1808. Si chiudeva così la lunga stagione signorile, mentre il Palazzo Ducale restava a segnare il volto monumentale del centro.

XX sec.

Il Novecento: Delle Nocche e Scotellaro

Il Novecento di Tricarico ha due volti complementari. Da un lato la testimonianza civile e religiosa del vescovo Raffaello Delle Nocche; dall’altro le ferite e le speranze del secolo: tra il 1940 e il 1943 alcuni profughi ebrei furono confinati in internamento civile a Tricarico, liberati con l’arrivo dell’esercito alleato nel settembre 1943.

Ma il nome che ha portato Tricarico nella letteratura e nella storia d’Italia è quello di Rocco Scotellaro. Eletto sindaco nel 1946, a soli ventitré anni, e poi rieletto, Scotellaro fece del paese un laboratorio del riscatto contadino. In quegli anni conobbe Carlo Levi — che indicò come maestro — e l’economista Manlio Rossi-Doria.

Promotore dell’occupazione delle terre incolte e tra i protagonisti della Riforma agraria del Mezzogiorno (le leggi-stralcio del 1950), Scotellaro fu chiamato da Rossi-Doria all’Osservatorio di Economia Agraria di Portici. Morì a soli trent’anni, nel 1953, lasciando una poesia che ancora oggi dà voce al mondo contadino lucano e fa di Tricarico un simbolo del riscatto del Sud.